Il fantasma del federalismo
E’ il fantasma della politica italiana da oltre dieci anni. Due modifiche della Costituzione hanno provato a dargli corpo, ma il federalismo è ancora una chimera. Anche dopo l’approvazione la scorsa settimana del disegno di legge delega al Senato, con l’astensione del Pd. Le parole chiave del federalismo fiscale sono perequazione e costi standard.

Sposta invece l’attenzione sui benefici della riforma Luca Antonini, costituzionalista con un curriculum in cui la parola federalismo ricorre in ogni riga (non a caso è uno dei consiglieri governativi che ha contribuito a scrivere il testo del disegno di legge): “La deresponsabilizzazione finanziaria ha portato la spesa sanitaria (la voce più consistente nei bilanci regionali, ndr) a raddoppiarsi, secondo il principio che più si spende più si ricevono trasferimenti dallo stato. Così nell’ultima Finanziaria Prodi ha dovuto stanziare 12 miliardi di euro per cinque regioni in extra deficit finanziario”. Antonini spiega al Foglio una delle questioni incerte della riforma: “Il finanziamento degli enti locali avverrà attraverso il costo standard, che paga solo i servizi, mentre quello storico premiava gli inefficienti e puniva i virtuosi. La riforma prevede criteri di razionalizzazione della spesa, non ci saranno costi ma solo un risparmio graduale”. Gli enti più spreconi dovranno allinearsi sul costo standard, che però deve essere ancora definito (si tratterà ad esempio di stabilire quanto costa giornalmente un posto letto in un ospedale in ogni zona d’Italia). La mancanza di dati, a suo giudizio, non è preoccupante: “E’ un ragionamento pericoloso perché potrebbe bloccare il processo di riforma. Anche con la legge Bassanini, in cui erano le funzioni a essere trasferite dallo stato alle regioni, non c’erano dati disponibili prima. Sono arrivati successivamente con i decreti”.
Non a caso l’ex ministro Franco Bassanini ha osservato: “Le cifre si faranno solo al momento delle scelte applicative, coinvolgendo le istituzioni, come la conferenza unificata”. L’altra parola chiave di una riforma che rischia le calende greche – “perequazione” – nasconde i dubbi di molti rispetto a un’equa redistribuzione delle risorse. Gli enti locali dove troveranno i soldi per autofinanziarsi se, per esempio, l’Ici è stata abolita? Per Giuseppe Vitaletti, economista, tra i primi in Italia a parlare di federalismo fiscale, questo è uno dei punti più critici: “Di fisco assegnabile agli enti locali ce n’è poco, come il bollo auto e l’Irap. Bisognerà ricorrere molto alle compartecipazioni Iva e Irpef che però hanno dei limiti, poiché un tributo per essere tale deve essere accertato e manovrato nelle aliquote dagli enti locali”. Una stoccata arriva anche per le regioni a statuto speciale. “Godono di una rendita ormai ingiustificata e, nel tempo, hanno blindato i loro privilegi attraverso meccanismi giuridici – dice al Foglio Antonini – le province ricche del nord come Aosta e Bolzano hanno un pil pro capite maggiore di quello di Lombardia e Veneto senza che contribuiscano alla perequazione. E’ una violazione del principio di solidarietà a livello costituzionale”.
Il governo confida che il progetto di legge delega sul federalismo fiscale sia approvato dal Parlamento entro un anno. Poi ci sono i due anni di tempo per l’emanazione dei decreti delegati, e si arriva a fine 2011. “Il rinvio di tutte le misure sul federalismo fiscale tra circa tre anni rischia di fare il gioco degli antifederalisti – ha scritto su lavoce.info Gilberto Muraro, docente di Scienza delle finanze a Padova – possono così continuare tranquilli ad accumulare squilibri e inefficienze. Perché invece non avviare subito la politica premiale per le unioni e fusioni di comuni prevista nel ddl? E perché non decidere subito le sanzioni per gli amministratori che non rispettano i vincoli di bilancio?”. Ma allora la riforma è davvero da realizzare o va abbandonata? Risponde Vitaletti, che per anni ha collaborato con Giulio Tremonti su questi temi tanto da aver scritto insieme un libro intitolato proprio “Federalismo fiscale”: “E’ promettente ma con un punto interrogativo. Male non fa di sicuro, ma non si sa quanto farà bene. E’ vero che le province non vengono abolite, ma costi nuovi rispetto alla complessità della macchina non ce ne sono. Comunque se si potrà arrivare a una riduzione della pressione fiscale non è possibile dirlo”.
Gli esperti sono però concordi sull’aumento di trasparenza che deriverebbe dall’introduzione del federalismo fiscale. “Ancora oggi è difficilissimo leggere il bilancio di un comune”, sottolinea Antonini “perché è fatto apposta per rendere difficile la tracciabilità della decisione”. Ma in definitiva la vera battaglia si giocherà sulla definizione del costo standard. “Sarà un’operazione complessa: tanto più sarà basso, tanto più si finanzierà l’efficienza. Una volta fissato non ci saranno più trattative politiche tra le regioni sul punto”. Ma questa è ancora una scommessa. Anche per questo Ricolfi ha proposto un paio di anticorpi che al momento nel provvedimento governativo sono assenti: “Il primo è un vincolo macroeconomico di riduzione parallela della spesa e della pressione fiscale, senza il quale il federalismo tradisce la sua missione-chiave”.